Finalmente partiamo. Sull’aereo il tempo sembra non avere mai fine e la mia mente torna a quel lontano 1999 quando, con le mie piccole principesse, camminavo sudata  per  le vie di Mumbai fra una folla d’insistenti mendicanti e venditori ambulanti. I colori, gli odori, i sorrisi dei bambini sembravano travolgermi, i lebbrosi mi tendevano la mano mendicando una misera elemosina mentre, poco distante,  abbienti ragazzi giocavano a cricket sul verde prato di un bellissimo college in stile inglese.
Ancora poche ore e finalmente toccherò nuovamente quest’amatissima terra che mi ha donato la più gran gioia della mia vita, le mie due figlie. Mille domande passano velocemente nella mia mente.  Sarà cambiata? Sicuramente più industrializzata, forse ci saranno meno mendicanti, meno lebbrosi e  famiglie che dormono sulla strada.
Bastano poche ore per capire che nulla è cambiato. E’ notte e decine, centinaia di persone dormono per strada avvolte da  striminzite coperte. Le vedo, le distinguo: la madre, il padre, due a volte tre piccoli corpicini, i figli. Una gran tristezza mi pervade e mi chiedo dove sia questa nuova potenza industriale che sta crescendo. Non riesco a vederla, vedo solo piccoli corpi sdraiati per terra, mendicanti, donne che, chinate per strada, preparano un misero pasto per i loro bambini, vedo uomini costretti a tirare il risciò per pochissime rupie, vedo le loro magre gambe deformate dalla fatica, vedo i loro occhi pieni di speranza, la speranza di portare a casa un pugno di riso per la loro famiglia.

Dopo qualche giorno arriviamo a Puri uno dei luoghi di pellegrinaggio più sacri dell’India, dove conosciamo Sister Baptista, tenace suora della congregazione delle suore di Maria Bambina. Con lei provo profonde emozioni nel vedere la scuola per i tiratori di risciò, il doposcuola per i bambini, la scuola di taglio e cucito, il lebbrosario.Poi il villaggio dei pescatori…un’emozione unica. Ci addentriamo in questo piccolo villaggio, man mano che camminiamo si apre davanti ai nostri occhi la triste realtà di una povertà estrema. Incontriamo poche donne e tanti bambini, i più grandi si prendono cura dei più piccoli, alcuni sono nudi, intorno a loro c’è solo sporcizia, rifiuti escrementi animali e umani, l’odore è forte, a volte insopportabile. Entriamo nella piccola scuola materna gestita dalle suore; nella prima aula l’odore d’urina è pungente, i bambini sono in divisa, visibilmente raffreddati e molti di loro soffrono di malattie dermatologiche. Gioiscono quando ad ognuno  doniamo caramelle e biscotti, a tutti regaliamo un sorriso, una carezza, un momento di tenerezza. Le classi sono piccolissime e maleodoranti, i bambini sono in piedi e ci cantano canzoncine e preghiere. Questi sono “i fortunati”, mentre fuori della scuola, senza divisa, scalzi ancor più sporchi e malati ci sono gli altri, sembrano quasi figli di un Dio minore. Davanti a tanta miseria sento dentro di me solo un gran senso d’impotenza.
Torno sul pullman, in silenzio, non ho parole per nessuno, le lacrime appannano i miei occhiali scuri. Mi sento terribilmente vuota, impotente, incapace di poter dare un concreto aiuto a questa povera gente. Guardo fuori dal finestrino e penso alle mie due piccole principesse, loro hanno  la fortuna d’avere una famiglia e vivere una vita normale, anche se in realtà noi siamo ancor più fortunati, perché abbiamo loro.
Quando ho adottato le mie  figlie ho adottato anche un po’ della loro terra, un po’ di quei bambini che non sanno cosa sia l’amore di un padre e di una madre,  mendicanti, l famiglie che vivono per strada,  uomini cavallo ed ora non mi resta che scacciare quell’enorme senso d’impotenza che ho provato dentro di me. La strada per aiutarli è lunga, ma non mi scoraggerò e un po’ alla volta la percorrerò tutta.